L’eredità di Osvaldo Bagnoli
Osvaldo Bagnoli, soprannominato da Gianni Brera come lo “Schopenhauer della Bovisa” per il suo umorismo ironico e un certo pessimismo, è ricordato per il suo impatto nel calcio italiano. La sua figura è stata centrale per la vittoria dello scudetto del Verona nel 1985, un evento considerato una delle imprese più significative nella storia della Serie A. La sua carriera da allenatore è iniziata con il Verbania, dopo aver giocato anche nel Milan.
La sua filosofia calcistica era improntata alla semplicità, come dimostra la sua affermazione: “La semplicità è la massima sofisticazione”. Bagnoli non si fissava su schemi rigidi, ma cercava di posizionare i giocatori nel ruolo più adatto alle loro caratteristiche. Prima di dedicarsi al calcio, ha lavorato in fabbrica, costruendo cinture, sanitari e operando al tornio, un’esperienza che ha plasmato il suo carattere e la sua visione della vita.
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Il Verona del 1985 e il rapporto con i giocatori
Domenico Volpati, ex centrocampista del Verona, descrive Bagnoli come una figura paterna per la squadra. La coerenza era una delle sue qualità distintive, avendolo avuto come allenatore anche al Como nella stagione 1976-77 in Serie B e alla Solbiatese in Serie C nel 1973-74. Anche se a volte burbero, aveva un grande cuore e trattava i suoi giocatori come figli, mantenendo sempre un profilo basso, fedele alle sue origini operaie.
Il segreto del successo del Verona del 1985 risiedeva nel forte gruppo e nell’amicizia tra i giocatori. Un momento chiave di quella stagione fu la vittoria per 5-3 contro l’Udinese a febbraio, una partita che dimostrò la grinta e la determinazione della squadra. Nonostante le previsioni dei media che non credevano nella loro durata, Bagnoli incoraggiò i suoi a non ascoltare le critiche esterne.
Un aneddoto significativo riguarda la partita di Coppa dei Campioni 1985-86 contro la Juventus, persa per 2-0. Dopo la sconfitta, a seguito di episodi arbitrali controversi, Bagnoli rispose ai Carabinieri, che chiedevano se fosse tutto a posto nello spogliatoio, con la frase ironica: “Se cercate i ladri, sono dall’altra parte”, riferendosi alla squadra avversaria. Questo episodio evidenzia il suo spirito protettivo nei confronti dei suoi giocatori.
Carriera post-Verona e la visione del calcio
Dopo l’esperienza al Verona, Bagnoli ha allenato il Genoa, con cui ha ottenuto una vittoria storica ad Anfield. Successivamente, è passato all’Inter, dove ha avuto difficoltà a decifrare il gioco di Dennis Bergkamp, un’esperienza che si concluse con un diverbio con il presidente Pellegrini. A 58 anni, ha deciso di lasciare il mondo del calcio per dedicarsi a una vita più riservata, semplice e onesta, che meglio rifletteva la sua personalità.
Bagnoli non avrebbe apprezzato il calcio moderno, essendosi allontanato dall’ambiente dopo l’esperienza all’Inter, non riconoscendosi più in quel mondo. Preferiva un calcio concreto e cinico, con un gioco basato sul rilancio del portiere e il colpo di testa del centravanti, piuttosto che il gioco ricercato e lento. Già quarant’anni fa utilizzava un modulo simile al 3-5-2, un sistema tattico oggi molto diffuso. La sua ultima apparizione pubblica risale a due anni fa, quando non ha riconosciuto Domenico Volpati e Pierino Fanna.
La sua impresa con il Verona è considerata irripetibile, paragonabile solo a quella del Leicester di Claudio Ranieri. La vittoria dello scudetto del 1985 è avvenuta in un’epoca in cui il campionato italiano vedeva la presenza di grandi campioni come Michel Platini, Zico, Karl-Heinz Rummenigge, Diego Armando Maradona, Daniel Bertoni e Paulo Roberto Falcão.
Il ricordo di Osvaldo Bagnoli rimane vivo tra i suoi ex giocatori, che continuano a sentirsi e a incontrarsi, mantenendo vivo lo spirito di quel Verona.
Source: gazzetta.it




