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Uno bianca: Cosa rivela Roberto Savi sulla banda della ?

Roberto Savi, ex poliziotto e capo della banda della Uno Bianca, ha rivelato in un’intervista che la banda ha ricevuto protezione da personaggi non delinquenti. Questa affermazione riaccende il dibattito su una verità giudiziaria mai accettata dai familiari delle vittime.

La banda della Uno Bianca ha compiuto oltre cento azioni criminali tra l’Emilia-Romagna e le Marche, causando 23 morti e circa 100 feriti. Il suo operato è durato dal 1987 al 1994 e ha incluso omicidi premeditati, come quello di Licia Ansaloni e Pietro Capolungo avvenuto il 2 maggio 1991.

Savi ha dichiarato: “Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa”. Queste parole sottolineano la natura violenta delle loro attività. Ma chi garantiva realmente protezione alla banda? Secondo Savi, c’erano personaggi esterni al mondo criminale che li supportavano.

I fatti chiave sulla banda:

  • La banda ha causato 23 morti e un centinaio di feriti.
  • Savi è in carcere dal 1994 e ha affermato di aver parlato con i Servizi durante le sue attività criminali.
  • La Procura di Bologna sta ancora indagando sui fatti legati alla Uno Bianca.

Francesca Fagnani ha intervistato Savi per la trasmissione ‘Belve’, portando alla luce dettagli inquietanti. In un altro passaggio dell’intervista, Savi ha detto: “Ogni tanto venivamo chiamati: Facciamo così, e facevamo così”. Questo suggerisce una rete di complicità nei delitti.

La questione della protezione ricevuta dalla banda è complessa. La comunità di Bologna continua a chiedere giustizia per le vittime. Nonostante gli anni passati, i familiari delle vittime non hanno mai accettato la verità ufficiale.

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