Fino a poco tempo fa, l’Europa era considerata un attore secondario nel panorama della difesa globale. Le sue spese militari erano relativamente basse, e la dipendenza dagli Stati Uniti per l’importazione di armi era evidente. Infatti, circa il 64% delle armi utilizzate dai paesi europei proviene dagli Stati Uniti. Questo ha creato una situazione in cui l’industria bellica europea è fortemente legata agli interessi americani, limitando così la propria autonomia.
Ma le cose stanno cambiando rapidamente. Recentemente, Ursula von der Leyen e Mark Rutte si sono incontrati a Bruxelles per discutere della necessità di un aumento significativo della produzione bellica in Europa. La guerra in Ucraina ha messo in luce le vulnerabilità dell’Europa, evidenziando quanto sia indietro rispetto alla Russia in termini di capacità produttiva. Le spese militari europee devono aumentare fino al 5% del PIL — un cambiamento radicale rispetto al passato.
Questo contesto è cruciale perché implica che i paesi europei devono non solo aumentare gli investimenti ma anche farlo rapidamente. Come ha affermato von der Leyen: “Dobbiamo investire di più, produrre di più e fare entrambe le cose più rapidamente.” Tuttavia, nonostante gli ingenti investimenti, la produzione continua a crescere lentamente — come sottolineato dall’esperto Kubilus.
Le conseguenze dirette di questa nuova strategia si fanno già sentire. I paesi europei stanno cercando di rafforzare le loro capacità autonome nella difesa, riducendo così la loro dipendenza dagli Stati Uniti. Ma c’è un altro aspetto da considerare: il patrimonio finanziario e immobiliare delle famiglie italiane è stato pari a 11 mila 732 miliardi a fine 2024, mentre la propensione al risparmio degli italiani è scesa al 7,8%. Questo solleva interrogativi sulla sostenibilità economica degli investimenti necessari per sostenere una maggiore spesa militare.
La realtà è complessa. Mentre l’industria del risparmio gestito in Italia rappresenta solo il 15,4% del patrimonio finanziario delle famiglie, le preferenze per le azioni sono limitate al 22%. Se la ricchezza finanziaria italiana fosse investita al 60% in azioni, si accrescerebbe significativamente — ma questo richiede una modifica culturale e strategica che attualmente sembra difficile da realizzare.
Purtroppo non è così — ribatte Leonardi — se prendiamo i dati della contabilità nazionale, le retribuzioni di fatto sono sotto del 7% rispetto al 2019. Questo significa che mentre l’Europa cerca di rafforzare la sua difesa, ci sono sfide interne significative che potrebbero ostacolare questi sforzi.
E allora cosa ci aspetta? L’Europa deve affrontare queste sfide con determinazione. Se per ogni neonato — come spiegato da Guiso — si investissero solo 120 euro all’anno, si arriverebbe a un valore nominale di 150 mila euro dopo 70 anni. Questo esempio dimostra come piccoli investimenti oggi possano portare a grandi risultati domani.
Senza dubbio, il futuro della difesa europea dipende dalla capacità di affrontare questi problemi interni e dall’impegno a diventare un attore indipendente nel panorama globale della sicurezza. Dettagli rimangono non confermati su come questi piani saranno implementati, ma è chiaro che l’Europa non può più permettersi di rimanere indietro.