Umberto Orsini inaugura la Stagione al Cucinelli di Solomeo

Il noto attore protagonista assoluto di 'Il nipote di Wittgenstein' di Thomas Bernhard, in scena martedì 22 ottobre alle ore 21, primo appuntmento del cartellone organizzato dal Teatro Stabile dell'Umbria

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Umberto Orsini protagonista de 'il nipote di Wittgenstein'

SOLOMEO- Umberto Orsini riporta in scena Il nipote di Wittgenstein, spettacolo cult con il quale nel 2001 si era aggiudicato il Premio Ubu come miglior attore. Uno dei più bei romanzi di Thomas Bernhard, torna, quindi, in scena in un nuovo allestimento curato dal regista Patrick Guinand, che debutta in prima nazionale al Teatro Cucinelli di Solomeo, martedì 22 ottobre alle ore 21, come primo appuntamento della Stagione di Prosa 2019-2020 organizzata dal Teatro Stabile dell’Umbria.

Il testo è una sorta di concentrato delle diverse tematiche affrontate dallo scrittore e drammaturgo tedesco, quello in cui affronta nel modo più diretto il tema dei sentimenti, che compare di rado nella sua opera; il punto più vicino alla parola di Bernhard stesso, alla sua voce d’uomo, quella dell’autobiografia, che ci conduce nella sua casa-fortezza di campagna e nel suo universo letterario. Umberto Orsini è la proiezione letteraria di Bernhard intento a raffigurare se stesso mentre racconta a un’ascoltatrice silenziosa, interpretata da Elisabetta Piccolomini,  la storia di un’amicizia singolare, di un rapporto tra due pazzi: il primo è lo stesso autore, che ha saputo dominare la sua pazzia, il secondo è Paul Wittgenstein, dominato dalla sua follia e morto in manicomio; personaggio metà reale e metà immaginario, nipote del noto filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein.

Il nipote di Wittgenstein è un testo che impone una recitazione in solitario –spiega lo stesso Umberto Orsini- anche se la relazione con la muta presenza femminile che è in scena è fondamentale. È una difficile e impegnativa prova d’attore. Soprattutto, devo fare molta attenzione mentre recito a non lasciarmi sopraffare dall’emozione. Io sono abituato a gestire le mie forze per cedere alle emozioni in funzione del testo, ma ci sono dei momenti, nel nipote, in cui quest’economia tenta di sfuggirmi e spesso l’emozione mi stringe la gola. Occorre allora un gran controllo, perché se è noto che ci si commuove molto più per noi stessi che per gli altri. Qui non cerco di interpretare un personaggio, sono me stesso che parla con le parole di un autore grandissimo, che finisce, comunque, per prevaricarmi”.

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