Povertà e democrazia

L'opinione di Pierluigi Grasselli

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di Pierluigi Grasselli (*)

E’ stata presentata alla Regione l’ultima ricerca compiuta dall’AUR (Agenzia Umbria Ricerche) sulla povertà in Umbria, analizzata da una pluralità di punti di vista, con molte indicazioni degne di interesse. Alla luce dei risultati dell’incontro, vorrei proporre qualche considerazione sulla misura principale che attualmente si prefigge di contrastare direttamente la povertà: il Reddito di cittadinanza (RdC).

Ricordo che, secondo la normativa vigente, i richiedenti tale misura, caduti in povertà per mancanza di occupazione, sono inviati ai Centri per l’impiego (Cpi), per la formazione e l’avviamento al lavoro, sulla base di uno specifico “Patto per il lavoro”. I poveri che invece manifestano un bisogno complesso e multidimensionale, vengono presi in carico dai servizi sociali dei Comuni e per loro si stipula un “Patto per l’inclusione sociale” (impiegando la rete di intervento sociale operante nel territorio) (Art.4, commi 11-13).

Noto, come è stato osservato (da Cristiano Gori), che, a partire dal secondo semestre 2018, nell’àmbito del RdC (inizialmente solo centrato sugli aspetti lavorativi) sembra ora assegnato un ruolo paritario ai percorsi di inclusione lavorativa e a quelli di inclusione sociale, risultandone così attribuita una funzione di rilievo ai Comuni (quale già caratterizzava l’applicazione del ReI). Tutto questo porta alla ribalta il delicato e complesso problema dei meccanismi di coordinamento tra i soggetti della rete territoriale, e in particolare tra i servizi sociali e i centri per l’impiego. L’esigenza è quella di cogliere in ogni utente tutta l’eventuale complessità dei bisogni, ed evitare l’assegnazione di percorsi inappropriati. Soprattutto nel caso di persone esaminate in prima istanza da un Centro per l’impiego, potrebbe sfuggire la rilevazione di aspetti e problemi ad individuare i quali i relativi operatori non risultano addestrati. Per quanto riguarda poi la predisposizione di progetti personalizzati per l’inclusione sociale, occorre poter contare, come è stato notato (da Maurizio Motta), su reti di rapporti e robuste relazioni tra Enti pubblici e Terzo settore, possibilmente fondate sulla coprogettazione, ed anche su protocolli di intesa adeguati ed effettivi tra i diversi servizi coinvolti.

Ciò chiede il potenziamento, attraverso le risorse del Fondo nazionale per la povertà, non solo del sistema dei Centri per l’impiego ma anche della restante rete dei servizi, poiché il superamento della povertà esige di affrontare problemi sanitari, educativi, relazionali, abitativi. Sono richiesti interventi molteplici ed appropriati dei Comuni, abilitati a provvedere nei profili ora indicati. Si suppone altresì la “costruzione di un territorio reattivo”, in cui si manifesti il coinvolgimento del Terzo Settore, della società civile, degli attori del mondo del lavoro. Sembra opportuno che i Comuni si attivino per suscitare una vera partecipazione, e riferiscano quanto prima su difficoltà incontrate ed esiti raggiunti.

Tutto questo suggerisce inoltre l’importanza del ruolo che può essere svolto dalla Regione, e che è in parte descritto nel Piano regionale umbro contro la povertà, approvato nell’estate 2018. La Regione s’impegna nel Piano a perseguire alcuni obiettivi strategici, quali il rafforzamento del Servizio Sociale Professionale nelle Zone Sociali, la promozione del lavoro di rete e dei progetti personalizzati per i nuclei con bisogni complessi, gli interventi a favore dei soggetti senza fissa dimora, l’attuazione del Sistema informativo sociale. La Regione illustra inoltre nel Piano un ampio ventaglio di interventi, finanziati con risorse del Fondo Sociale Europeo, a sostegno della mediazione familiare, dei minori, dei disabili, dei non autosufficienti, dei migranti, grazie ai quali è possibile fronteggiare i molteplici aspetti della povertà. Il Piano prevede per il periodo 2014-2020 un impegno per parecchie decine di milioni di euro !

Lo svolgimento di questa complessa e multiforme attività richiede una programmazione efficace, un coordinamento effettivo tra le varie parti in causa, un loro coinvolgimento sostanziale. Tutti i livelli di governo, dallo Stato alle Regioni ai Comuni, sono chiamati in causa, insieme al Terzo Settore ed alla Società civile. E ciò richiede un intenso lavoro di adattamento delle Istituzioni, di programmazione e gestione delle molteplici attività, nonché di monitoraggio e valutazione dei risultati. Un’analisi accurata degli interventi compiuti e dei loro effetti, realizzata con il concorso determinante dell’INPS, gestore delle principali misure contro la povertà, consentirebbe di comprendere quali sono le caratteristiche di questa, e di orientare al meglio le strategie di contrasto della stessa. Ma ancora non mi risulta che disponiamo, a livello locale, neppure di una valutazione accurata del SIA (Sostegno all’Inclusione Attiva), introdotto nel 2016 a beneficio di alcune tipologie di famiglie in condizione di particolare bisogno.

E’importante inoltre notare, come è stato osservato (da Emanuele Ranci Ortigosa), che l’attenzione al problema della povertà deve essere accompagnata da una riflessione critica e da proposte di riforma su tutte le altre dimensioni del nostro sistema assistenziale. Occorre infatti una revisione di tutte le misure esistenti, con una loro ricomposizione organica, superando frammentazione e corporativismo, riducendo sprechi e dispersioni, tenendo conto dei collegamenti che esistono tra esse, e così migliorandone coerenza, adeguatezza e appropriatezza reciproche. In séguito all’introduzione di una misura di reddito minimo contro la povertà, possono essere riconsiderati assegni sociali e integrazioni al minimo, ed altri eventuali benefici minori. Così come dovrebbero essere riesaminati insieme, tra l’altro, il complesso degli interventi contro la povertà e quello a sostegno della famiglia. Tutto questo nella prospettiva di un “ welfare rinnovato, equo,partecipativo e solidale … con incontro collaborativo tra istituzioni, strutture di servizi e società civile …

L’impegno per l’inclusione, e quindi per un welfare sussidiario, comunitario, generativo, è un impegno per la democrazia. Per essere efficace esso da un lato suppone un vivo ed operante sistema democratico, e dall’altro concorre a rafforzarlo. In questo Paese molti cittadini desiderano una rivoluzione e votano per attuarla. Ma non si può solo delegarne l’attuazione ad altri. Tutti quelli che vogliono cambiare profondamente le cose devono impegnarsi in prima persona.

(*) Docente emerito di economia all’Università degli Studi di Perugia, Direttore dell’Osservatorio diocesano sulle povertà e l’inclusione sociale