Per il Pd è l’ora di risollevarsi dalla bruciante sconfitta

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Una iniziativa elettorale del Pd

*Riccardo Liguori 

Rabbia, delusione, desiderio di cambiamento hanno prevalso nettamente nelle urne da Nord a Sud, attraversando il Cuore verde d’Italia, l’Umbria. Le elezioni del 4 marzo consegnano alla storia un’epoca che ha avuto il merito di aver contribuito all’affermazione della democrazia e allo sviluppo socio-economico e culturale di una terra splendida, pregna di umanità e di spiritualità visibili anche nell’arte, che ha dato i natali a tre gigantesche figure di santità: Benedetto da Norcia, Francesco d’Assisi e Rita da Cascia.

Anche nella campagna elettorale ormai alle spalle, che ha portato dappertutto alla notevole affermazione del M5S e della Lega, la Chiesa è stata al di sopra delle parti con il presidente dei Vescovi italiani che il giorno del voto ha augurato ai connazionali una giornata di serenità. I cattolici sono sempre più trasversalmente presenti nel panorama politico, chiamati a dare il loro apporto al varo del nuovo governo (si spera anche con il contribuito degli eletti in Umbria). Nel contempo le forze moderate e quelle di sinistra, uscite fortemente ridimensionate dalle urne, dovranno affrontare una seria riflessione del perché di questa sconfitta prima che diventi una disfatta.

E’ salutare per la democrazia un cambiamento anche radicale della classe dirigente, ma in Umbria l’avviso ai naviganti, in primis al Pd, era già giunto alle ultime elezioni amministrative di Perugia, Spoleto, Bastia, Todi…, a quelle regionali del 2015 e al referendum costituzionale del 2016. Non pochi errori sono stati commessi dal centrosinistra, soprattutto la scarsa sensibilità verso le migliaia di famiglie che ancora sono alle prese con la crisi economica ed occupazionale. Non sono state raccolte fino in fondo le istanze dei lavoratori di grandi aziende (Ast-Thyssenkrupp, ex Merloni, Nestlé-Perugina, Colussi…) e di quelle medio-piccole in gravi difficoltà. E non vanno dimenticati neppure i 1.200 dipendenti delle due Province… Sono tutte situazioni assai precarie che hanno provocato un solco profondo tra la classe dirigente e il suo elettorato, come confermano i dati di queste elezioni. Le forze di sinistra non hanno saputo cogliere il disagio sociale presente un po’ ovunque nel Paese, come evidenziano anche i rapporti annuali degli Osservatori sulle povertà delle Caritas, lasciando intercettare questo disagio alle cosiddette forze populiste più attente alla pancia degli italiani.

Da non sottovalutare l’astensione dal voto, anche se in queste elezioni l’aumento è stato abbastanza contenuto. In Umbria, ad esempio, l’incremento del non voto è di appena l’1,3% rispetto alle precedenti consultazioni (dati Camera dei Deputati). Se al 21,77% di coloro che non hanno votato andiamo ad aggiungere il 2,78% delle schede bianche e nulle, coloro che non si sono espressi politicamente sono il 24,55%, quasi un quarto del corpo elettorale: il terzo partito in Umbria dopo il M5S (27,33%) e il Pd (24,91%), distanziando di 4 punti la Lega (20,23%) e di 13 punti FI (11,25%).

Il centro sinistra umbro, che si attesta al 27.61%, anche con Liberi e uguali (2,94%), Potere al popolo (1,30%) e Partito comunista (0,88%), non rappresenta un terzo dell’elettorato e dovrà fare un’attenta autocritica per tentare di evitare l’irreparabile tra due anni, quando si terranno le elezioni regionali, ma prima ancora dovrà cercare di riconquistare il Comune di Perugia nella primavera 2019. Un autorevole commentatore politico scrive che “siamo all’inizio di una stagione politica in perenne transizione”. Basti pensare che il Pd alle europee del 2014 aveva ottenuto in Italia il 40% e dopo quattro anni meno della metà.

La foto della sala stampa vuota e in disordine della sede del Pd umbro, pubblicata da diversi quotidiani online all’indomani della pesante sconfitta, dà l’impressione di un partito in rotta, con i suoi leader chiusi in un assordante silenzio. Un atteggiamento che fa percepire sia la difficoltà di accettare la sconfitta sia la mancanza di rispetto per quanti hanno votato e sostenuto il Pd, che restano in attesa di una parola, anche di conforto, dal vertice. Non basta solo dare le dimissioni, occorre soprattutto avviare subito un dialogo-confronto con la base che sta vivendo il suo 8 settembre.

L’auspicio di chi scrive è che i partiti sconfitti possano rimboccarsi le maniche e risollevarsi dalle macerie perché la democrazia ha bisogno di loro. E pensando alla conclusione del suo articolo-opinione pubblicato su questo sito il 22 febbraio, è fiducioso che gli “ideali cristiano-liberaldemocratici con un abbondante pizzico di sociale” possano far parte del dna politico di non pochi degli eletti, anche di quelli delle forze politiche vincitrici.

*Giornalista professionista, cultore di storia sociale e politica