Cgil a Capanne, il confronto con la direttrice e il commissario capo

Per il sindacato serve personale e una diversa politica dei trasferimenti dei detenuti. ”Fondamentali le risorse per i progetti di lavoro interni all'istituto”

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La delegazione della Cgil

PERUGIA – Oggi, martedì 10 settembre, una delegazione della Cgil, guidata da Stefano Branchi, coordinatore della polizia penitenziaria per la Funzione pubblica Cgil nazionale, ha visitato il carcere di Capanne a seguito dei fatti di cronaca di cui l’istituto è stato teatro nell’ultimo periodo. In pochi giorni infatti si sono susseguiti il sequestro di un agente di polizia penitenziaria, minacciato con una lametta al collo per oltre 30 minuti e il suicidio di un detenuto, seguito da un tentativo di rivolta interna ai reparti, con materassi bruciati e altri atti di insubordinazione.

La visita e il confronto La delegazione sindacale è stata accolta dal commissario capo Fulvio Brillo e dalla direttrice dell’istituto Bernardina Di Mario che hanno illustrato le maggiori criticità, ma anche i tanti progetti e sforzi messi in campo all’interno della casa circondariale. Dopo una visita all’interno dell’edificio, i sindacalisti hanno potuto toccare con mano le grandi difficoltà che il personale di polizia penitenziaria, ma anche quello sanitario, così come gli educatori, si trovano quotidianamente ad affrontare. Oltre alla sproporzione del numero dei detenuti con quello degli agenti e alla mancanza di risorse volte ad attuare progetti lavorativi nel carcere stesso, c’è il grave problema legato ai trasferimenti di detenuti da altri istituti, spesso condotti senza tenere nella giusta considerazione le tipologie di ristretti che si vanno a trasferire. Rivolgiamo quindi l’invito all’amministrazione penitenziaria – conclude Stefano Branchi, della Fp Cgil nazionale – non solo a rivalutare complessivamente la pianta organica di tutta l’Umbria, perché i problemi di mancanza di personale sussistono anche a Terni e Spoleto, ma anche a valutare meglio i trasferimenti che vengono effettuati: non si possono mescolare tipologie di detenuti completamente diverse, perché così si mette a rischio quello che è il mandato costituzionale affidato agli istituti penitenziari e il pieno rispetto dei diritti dei ristretti e dei lavoratori”

 

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